Il costo dell’energia sta salendo di nuovo. L’efficientamento è la prima difesa

Nel 2025 il PUN medio in Italia è stato di 115,9 €/MWh, in aumento del 7% sul 2024 e più alto rispetto a Francia e Spagna. Nei primi mesi del 2026 il trend non si è invertito: secondo le stime del Centro Studi Confindustria, la manifattura italiana rischia un aggravio dei costi energetici compreso tra 7 e 21 miliardi di euro nel corso dell’anno, a seconda dell’evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Per le imprese del terziario, la bolletta elettrica è già superiore del 28,8% rispetto al 2019.

Chi gestisce un’azienda energivora non ha bisogno di previsioni per saperlo: lo vede in bolletta. La domanda utile non è se i prezzi scenderanno, ma quanto della propria spesa energetica dipende da consumi che si possono ridurre subito.

Dove si nascondono gli sprechi

Le inefficienze raramente sono visibili a occhio nudo. Un impianto che lavora fuori dai parametri ottimali, un sistema di climatizzazione sovradimensionato, un processo produttivo senza monitoraggio continuo: sono tutte voci che non compaiono come tali in bolletta, ma che la determinano.

Il monitoraggio viene prima dell’investimento

Prima di installare nuovi impianti, ha senso capire come viene usata l’energia che si ha già. Il monitoraggio continuo dei consumi individua anomalie e dispersioni che la sola lettura delle bollette non mostra. È per questo che le control room e le piattaforme di supervisione sono diventate uno strumento centrale delle strategie di gestione energetica, e non un accessorio.

Interventi di regolazione, manutenzione evoluta e gestione intelligente degli impianti possono generare risparmi misurabili senza investimenti complessi. Fotovoltaico e accumulo intervengono dopo, e amplificano un risparmio che parte da qui.

Perché conviene anche quando i prezzi si stabilizzano

Un’azienda che conosce i propri consumi non dipende dall’andamento del mercato per restare competitiva. È più preparata a variazioni di prezzo, cambiamenti normativi e nuove esigenze produttive — condizioni che, visti i dati 2026, non sono un’ipotesi remota ma lo scenario attuale.

Monitoraggio, fonti rinnovabili, accumulo e strumenti come i Power Purchase Agreement fanno parte dello stesso percorso: non ridurre solo il prezzo dell’energia, ma il modo in cui viene usata.

Il contributo di NHP

NHP supporta aziende e organizzazioni nella riduzione degli sprechi e nell’ottimizzazione delle performance energetiche, attraverso servizi integrati di monitoraggio e gestione degli impianti.

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Smart city e 2030: cosa è cambiato davvero in città, energia e mobilità

Smart City” è un’espressione che dimostra la sua età. Nasce nei primi anni 2000, viene spinta per tutto il decennio successivo dai grandi fornitori di tecnologia — IBM con lo Smarter Cities Challenge nel 2010, poi Cisco e altri — e raggiunge il picco verso la metà degli anni Dieci. Da allora non è scomparsa, ma ha smesso di essere la parola d’ordine che era. Vale la pena chiedersi perché, prima di proiettarla al 2030 come se nel frattempo non fosse successo nulla.

La città vetrina che non si è riempita

La versione più ambiziosa era la città costruita da zero, progettata attorno a sensori e automazione e presentata come modello del futuro. Songdo, in Corea del Sud, doveva essere la prima smart city al mondo: completata, ma da anni fatica a riempirsi, spesso descritta come fredda e a tratti deserta. Masdar City, ad Abu Dhabi, nata a emissioni zero, ha ridimensionato gran parte del masterplan per ragioni di costo. Sidewalk Toronto, il quartiere “data-driven” di una controllata di Google, è stato abbandonato nel 2020 dopo anni di polemiche su dati e governance.

Il filo comune non è il fallimento tecnologico, ma l’eccesso di fiducia nella tecnologia come risposta in sé: l’idea che bastasse riempire un luogo di sensori per generare comunità e qualità della vita. I sensori funzionavano. Le città, spesso, no.

Cosa non è arrivato

Non è arrivata la città futuristica costruita tutta insieme, dall’alto, chiavi in mano. Non è arrivato il “soluzionismo tecnologico“, la convinzione che ogni problema urbano avesse una contropartita digitale. E non è arrivata la smart city come vetrina, da mostrare più che da abitare. A frenarla non è stata solo l’economia, ma anche la diffidenza: quando l’infrastruttura intelligente significa raccolta sistematica di dati sui cittadini, chiedersi chi controlla quei dati non è un dettaglio tecnico.

C’è poi un’assenza meno discussa. La smart city delle origini era pensata come fatto digitale; il verde, l’acqua, il microclima erano un dopo, non una premessa. Eppure è lì — calore, aria, gestione dell’acqua — che oggi le città si giocano gran parte della vivibilità. Il tema è rientrato in agenda con le soluzioni basate sulla natura, ma per anni l’idea di città intelligente ha dimenticato di essere anche una città ecologica.

Dove, invece, ha funzionato

Le smart city che hanno tenuto non sono città nuove di zecca, ma città esistenti che hanno introdotto la tecnologia poco alla volta, partendo dai problemi reali.

Barcellona è il caso più citato: illuminazione adattiva che ha ridotto i costi energetici di circa il 30%, sensori sulla rete idrica che hanno tagliato i consumi d’acqua di circa un quarto, superblocchi pedonali e dati aperti. Amsterdam ha puntato sulla collaborazione pubblico-privato; Vienna sulla qualità della vita più che sulla crescita; Helsinki su un gemello digitale della città e sulla mobilità integrata.

Il punto comune non è la dotazione tecnologica, ma il modello di governo: conta la capacità di coinvolgere cittadini, imprese e amministrazione, non il numero di sensori. È il rovescio della logica top-down.

Cosa ci portiamo dietro

Il concetto non è fallito: si è dissolto nell’ordinario. L’intelligenza è entrata nelle città che esistono già, un pezzo alla volta. Anche il vocabolario è cambiato: dove si diceva “smart city” oggi si dice città sostenibile o a impatto climatico zero. La Missione UE per 100 città climaticamente neutre entro il 2030 — oltre cento città europee, diverse italiane, da Bologna a Bergamo — ha di fatto assorbito il discorso sulla smart city dentro quello sulla transizione energetica. E sul terreno dell’energia ciò che era promessa oggi è impianto: Comunità Energetiche Rinnovabili, accumulo, reti che bilanciano in tempo reale domanda e offerta, ricarica, mobilità condivisa.

Il punto di vista NHP

L’intelligenza di una città non è un masterplan né una brochure: è infrastruttura e integrazione. È far dialogare fotovoltaico, accumulo, control room e flotta in sharing — sistemi che funzionano meglio insieme che da soli. Per questo le tecnologie che presidiamo non sono quelle della città vetrina, ma quelle della città che lavora: dalle CER alla gestione energetica, dalle smart grid alla mobilità elettrica condivisa. La parte poco fotogenica, ma quella che resta accesa.

La città competitiva non sarà quella con più sensori, ma quella capace di mettere insieme ciò che ha. Non è una visione da immaginare: è una trasformazione già in corso, in territori reali — e si può scegliere se attraversarla o subirla.

Vuoi scoprire come le soluzioni NHP possono supportare la trasformazione del tuo territorio? Contattaci o visita il nostro sito per conoscere i nostri progetti dedicati a energia, mobilità e innovazione sostenibile.

Sostenibilità Svelata: Direttiva Green Claims 📚

/grin kleimz/

Definizione

La Green Claims Directive è una proposta normativa europea nata con l’obiettivo di contrastare il fenomeno del greenwashing, ovvero l’utilizzo di dichiarazioni ambientali non verificabili, fuorvianti o prive di fondamento scientifico.

La proposta prevedeva regole comuni per garantire che ogni affermazione sulla sostenibilità di un prodotto, servizio o azienda fosse supportata da prove concrete, dati misurabili e verifiche indipendenti.

Tuttavia, nel giugno 2025 il percorso legislativo della direttiva si è arrestato e la proposta risulta attualmente sospesa. Molti dei principi che l’hanno ispirata sono però già confluiti in altre normative europee oggi effettivamente in vigore o in fase di recepimento da parte degli Stati membri.

Perché nasce?

Negli ultimi anni termini come “ecosostenibile”, “a impatto zero”, “carbon neutral” o “amico dell’ambiente” sono comparsi sempre più frequentemente nella comunicazione aziendale.

Secondo uno studio realizzato dalla Commissione Europea nel 2020 su 150 dichiarazioni ambientali presenti sul mercato europeo, oltre la metà dei claim risultava vaga, fuorviante o poco chiara, mentre circa il 40% non era supportato da evidenze verificabili. Per questo motivo l’Unione Europea ha deciso di intervenire con regole più rigorose per tutelare consumatori, imprese virtuose e mercato.

Cosa cambia davvero per le aziende?

Sebbene la Green Claims Directive sia oggi sospesa, il tema della trasparenza ambientale è già stato affrontato dall’Unione Europea attraverso la Direttiva (UE) 2024/825, nota come Empowering Consumers for the Green Transition (EmpCo).

La direttiva entrerà in applicazione dal 27 settembre 2026 e introduce nuove regole per contrastare le pratiche commerciali ingannevoli legate alla sostenibilità.

Tra le principali novità vi è il divieto di utilizzare claim ambientali generici non supportati da prove verificabili, oltre alla limitazione di dichiarazioni come “carbon neutral”, “a impatto climatico zero” o espressioni simili quando basate esclusivamente su meccanismi di compensazione delle emissioni.

Quali informazioni dovranno essere supportate?

Le nuove regole europee sulla comunicazione ambientale richiedono particolare attenzione per dichiarazioni riguardanti:

  • riduzione delle emissioni di CO₂;
  • utilizzo di energie rinnovabili;
  • riciclabilità dei prodotti;
  • risparmio energetico;
  • obiettivi di neutralità climatica;
  • certificazioni ambientali.

Ogni claim dovrà essere verificabile, trasparente e comprensibile per il consumatore.

Un esempio concreto riguarda le dichiarazioni di neutralità climatica. Un’azienda non potrà più presentare un prodotto come “carbon neutral” se il risultato è ottenuto esclusivamente attraverso l’acquisto di crediti di compensazione, senza una reale riduzione delle emissioni generate dalle proprie attività.

Cosa significa per la sostenibilità?

La Direttiva Green Claims rappresenta un passaggio importante nell’evoluzione della sostenibilità aziendale.

L’evoluzione della normativa europea conferma una tendenza ormai chiara: le performance ambientali devono essere sempre più misurabili, trasparenti e verificabili.

Questo approccio favorisce le aziende che investono realmente nella transizione energetica e nella riduzione del proprio impatto ambientale, distinguendole da chi utilizza la sostenibilità esclusivamente come strumento di marketing.

Il ruolo dell’energia e dei dati

Per dimostrare risultati ambientali concreti servono numeri, monitoraggio e indicatori misurabili.

Interventi come:

  • efficientamento energetico;
  • installazione di impianti da fonti rinnovabili;
  • Comunità Energetiche Rinnovabili;
  • sistemi di monitoraggio dei consumi;
  • riduzione delle emissioni legate ai processi produttivi,

diventano sempre più importanti non solo per migliorare le performance ambientali, ma anche per supportare in modo credibile la comunicazione aziendale.

Curiosità

La Direttiva Green Claims nasce come parte del più ampio percorso europeo verso una comunicazione della sostenibilità più trasparente. Sebbene il suo iter sia oggi sospeso, molti dei principi che introduceva sono già stati recepiti dalla Direttiva (UE) 2024/825 (EmpCo), che entrerà in applicazione dal 27 settembre 2026 e rafforzerà le tutele contro il greenwashing all’interno del mercato europeo.

Il punto di vista NHP

Per NHP la sostenibilità non è una dichiarazione, ma un percorso misurabile.

Progettare impianti rinnovabili, sviluppare Comunità Energetiche, ottimizzare i consumi e monitorare i risultati significa costruire evidenze concrete che permettono alle aziende di affrontare le nuove sfide normative con maggiore consapevolezza.

Perché in un contesto normativo sempre più orientato alla trasparenza, la differenza la faranno le organizzazioni capaci di trasformare i propri impegni ambientali in risultati concreti e verificabili.